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giovedì 20 settembre 2012

Osservare, osservare, osservare.

Lo scopo di ogni giorno è quello di svelare qualcosa di nuovo a quello precedente.
Così ogni giorno, ogni mattina ed ogni sera dedico un po' del mio tempo a pensare che cosa ha arricchito l'esperienza delle 24 ore appena vissute.
Ho scritto nel post precedente che il tempo non esiste, facendo riferimento a quello interiore o meglio ancora quello dell'anima, soggettivo e personale, intendendo con ciò che non è possibile calcolarlo su una base comune,condivisibile e misurabile; esiste però lo scorrere del tempo come di accumulo di momento dopo momento e quello è quantificabile. E' il tempo che ci vuole per cucinare una torta, per leggere un paragrafo di un libro, per consegnare un lavoro, per arrivare da S.Giovanni a Piazza del Popolo.
Ventiquattrore sono tante, sono un eternità. Facciamo che sono sedici ore, calcolando che otto ore si dorme in media, rimangono tantissime ore di momento dopo momento accumulate. 
Eppure sembrano scorrere veloci, ma la velocità è soggettiva dipende da come noi poniamo attenzione a quello che accade.
Maggiore attenzione si pone, maggiore intensità verrà percepita nello scorrere di ogni giornata.
Questa è la consapevolezza che mi preme più di ogni altra oggi e che vorrei condividere.
Con una maggiore attenzione, infatti, si potrà osservare come ogni giorno si può incredibilmente trasformarsi in un infinita risorsa di informazioni, di stimoli, di curiosità e di occasioni per rendere la vita qualcosa di stra-ordinario. 
Ci vuole un po' di pratica e sopratutto la voglia di  trasformare ogni abitudine che ci costringe a  seguire schemi ripetitivi che ci fanno percepire la giornata come un ennesima crocetta sul calendario in un'occasione per scoprire la vastità delle possibilità dell'esperienza ed accedere così ad un nuovo modo di vivere.
Tutti i giorni faccio ricerche per trovare qualcosa di nuovo e arricchire così la mia esperienza e ogni giorno mi sembra, così facendo, di poter abbracciare una parte in più di mondo, condividere una parte in più di esperienza con tutti gli esseri che popolano questo pianeta.
Oggi, inteso anche come "in questo momento storico", è necessario più che mai riuscire a cogliere le occasioni che si manifestano nel momento presente, perché più che mai è necessario avvicinarsi al proprio obiettivo personale e soltanto aprendo gli occhi e accorgendosi di quello che accade c'è più possibilità di realizzarsi.
Il problema è che intorno a noi accade tantissimo e il nostro cervello non può dar retta a tutto e così seleziona in base alle abitudini quello che serve e dopo aver fatto questo si chiude in schemi di ripetizione di quello che "secondo lui" funziona o almeno ha funzionato fino a quel momento e ce lo ripropone ogni giorno.
Purtroppo non è detto che quello che aveva funzionato funzioni anche adesso, magari funziona perché è l'unica soluzione economica che il nostro cervello (non è solo il cervello ma per semplificare utilizzo questa immagine) ha trovato in un momento passato e l'ha conservata e convalidata come buona. Tendiamo ad economizzare, a non sprecare troppe energie in soluzioni nuove, questo perché è uno schema appreso durante l'evoluzione e l'adattamento dell'uomo all'ambiente. 
Ma in realtà come esseri umani siamo capaci di fare molto di più che banalmente adattarci a ciò che ci capita ed  abituarci perciò a vivere in condizioni misere.
L'unico modo per liberarsi di questo è rendersene conto e riuscire a fare un piccolo passo fuori dal cerchio sicuro delle proprie abitudini e iniziare a porre attenzione a quello che sta accadendo proprio ora.
Per fare questo può essere utile iniziare ad osservarsi.
Osservare se stessi mentre si fa quello che si fa: per esempio in questo momento dove sei, come sei seduto/a e provare a vedere se senti il tuo respiro può essere utile a rendersi conto del reale momento presente. 
L'unico modo per apprezzare e vivere serenamente nonostante le avversità è rendersi conto di avere una vita e che è proprio qui adesso che sta scorrendo.
E per farlo può essere di estremo aiuto iniziare ad osservarsi, a guardare come reagiamo, come ci comportiamo, cosa accade, smettendola di essere trascinati dall'inerzia delle abitudini.
Sono momenti difficili, ognuno di noi ha la sua sfida personale, il suo piccolo tsunami che ha stravolto la propria esistenza e se invece di continuare a remar contro e opporsi al cambiamento ci si arrendesse all'idea che tutto scorre e che noi siamo parte di quel tutto, e che la soluzione sta nel conoscersi meglio,  la vita di ogni essere su questo pianeta sarebbe molto più serena.
Per ciò osservarsi, conoscersi, vuol dire anche fare un atto di generosità verso tutti quelli che ci circondano e di conseguenza vivere meglio anche noi.
Osserva ciò che accade adesso, fallo per te ma anche per me.


Osservo dove sono, cosa faccio, il pavimento è caldo.



Per chi volesse iniziare ad osservarsi,  consiglio questo libro ma è soltanto un idea e uno spunto per iniziare.. La verità è che ognuno ha la sua e ha anche il suo modo di prendere consapevolezza di sé. Può però essere utile all'inizio trarre ispirazione da chi il suo modo l'ha trovato.










giovedì 13 settembre 2012

La verità è che il tempo non esiste


E così mi ritrovo a vivere quegli spazi di tempo ai quali non avevo mai dato spazio e tempo e scopro tante cose.
Per esempio scopro quanti libri ho lasciato in sospeso, aperti, appena sfogliati e lasciati nella libreria a riempire gli scaffali.
Oppure quanta musica inascoltata e accumulata tra i file del computer.
Faccio suonare  un pezzo di musica classica per chitarra, e apro un libro che volevo finire da tanto tempo e respiro lentamente leggendo parola dopo parola.
Mi sento come se stessi lavorando a maglia e facendo una bandiera colorata con tutti i resti di quello che avevo lasciato in sospeso.
La voracità consumistica di questo sistema implicitamente e perennemente sembra dare il consiglio e l’ordine di non perdere tempo e di non soffermarsi troppo sulle cose e di prediligere la fretta per arraffare il poco e misero che questa vita può offrirci, consumarlo e gettarlo subito, prima che lo faccia qualcun'altro.
Terrificante.
E' come se non ce ne fosse abbastanza per tutti, come se qualcuno dovesse essere tagliato fuori dal "grande gioco".
Il problema è che la realizzazione personale, lo scopo della vita (sempre per chi crede che la vita abbia uno scopo o che abbia senso dargliene uno), si sia confusamente trasformato in qualcosa di uguale per tutti.
E' vero che sono "tempi difficili" e che ogni giorno il bombardamento-lavaggio-del-cervello continua incessantemente, ma non credo che sia questa la verità. Credo che la soluzione sta nel "darsi una calmata" ed accettare che tutto può cambiare e iniziare a comprendere che cosa è veramente importante. Solo in quel momento si può iniziare veramente a “fare”.
Si può correre quanto si vuole ma non trovarsi mai da nessuna parte.
Allora eccomi sommersa da libri, che sono un po' un rifugio ma anche dei meravigliosi  portali, a nutrirmi di lentezza e consapevolezze nuove che a questa velocità riesco meglio a decifrare.
E' un po' come scendere da una macchina in corsa e finalmente riuscire a distinguere le scritte su quei cartelli che sfrecciavano velocemente ai bordi della strada.
Mi rendo conto di quanto tempo abbia perso a correre.
Quanto tempo sia stata a pensare al tempo e a preoccuparmene.
Il tempo non esiste se non come qualcosa di economico, spendibile, calcolabile: è utile a fini pratici.
Ha senso in una dimensione lavorativa e di efficienza e di produttività, ma deleterio per la dimensione di crescita interiore.
La verità è che non esiste il tempo "interno".
Non succede nulla, siamo tutti sospesi nell'eternità del momento presente.
Ed è l'unico posto dove è possibile stare.
Fretta di andare dove?
Fretta di fare cosa?
Non c'è tempo per cosa?
Qual'è la vera paura? Di perdere tempo, di non aderire al ruolo o a quell'immagine che come una fotografia statica tartassa la mente e fa di tutto per dire "devi essere così, devi fare tutto quello che puoi per essere questo e basta".  Devi avere un figlio, ti devi sposare, devi lavorare, devi essere, devi fare. Devi essere qualcosa che non sei, e diventarlo altrimenti hai fallito.
Ma quanto è limitante questo pensiero?
Che cos’è che sei veramente?
Quante altre cose si può essere nell'eternità dell'adesso?
Espandersi.
Comprendere le direzioni in cui espandersi, ed ognuno ha la sua personalissima. Ed una volta trovata prendere quella strada. Ognuno ci mette il suo tempo.
Non si può prendere il posto di qualcun altro. Non si può più giudicare qualcuno perché non ha preso quel posto che noi crediamo debba prendere, è una crudeltà, è il principio delle guerre e di tutti i conflitti.
Ci vuole tempo "misurabile" per costruire qualcosa che vale veramente, è necessaria una stratificazione di esperienze, di consapevolezze di tentativi e fallimenti. Non esiste il tutto e subito, perché bisogna attendere che i movimenti più profondi dell'anima facciano i loro processi.
Non per questo smettere di incedere ed andare avanti, ma andare avanti e smettere precipitarsi con foga per afferrare  un futuro che sembra  vogliono farci credere che ci possa sfuggire dalle mani.
E' una follia.
Se il tempo non esiste il futuro è già qui e gioca con il passato ed il presente:  bisogna aprire gli occhi,  iniziare a guardarlo e farci amicizia.



granelli di tempo dentro una clessidra.


sabato 11 agosto 2012

Cronache di un Agosto sterilizzato # 1


E con oggi si apre un nuovo capitolo  di questa avventura, con il nome di “Cronache di un Agosto sterilizzato” e che continuerà fino alle prossime settimane di degenza in sterilità.
Stamattina sbattendo la porta è entrata l’infermiera napoletana, con un tono di voce di qualche decibel di troppo per le 7 del mattino, chiedendomi se stanotte mi fossi sognata Raul Bova o Raz Degan (lontani infiniti anni luce dalle mie fantasie sessuali).  Dopo avermi tramortita da questo pensiero pieno di testosterone, forse un po’ troppo invadente,  si avvicina ad un enorme macchina bianca e verde che è rimasta silenziosa per la prima settimana, ed spingendo una levetta l’ha messa in funzione. Con affannoso accendersi la macchina ha iniziato a fare il suo dovere, producendo aria sterilizzata e rumore simile al motore di un grosso peschereccio pronto per salpare in mare.
Perfetto, mi mancava soltanto il motore, adesso sono veramente pronta.
Le giornate proseguono senza farsi sentire troppo, e apprezzo il loro timido e discreto incedere. Mi sento protetta da questa discretezza estiva, da questa “sospensione dai lavori”, dal cessare delle aspettative produttive.
In queste settimane c’è la corsa all’accaparrarsi il posto al sole, lo scoglio  più vicino al tuffo,  affittarsi ogni cosa, essere li dove bisogna essere, in quel momento, in quella festa. Ogni sera ci sono milioni di persone che stanno aspettando una festa dove partecipare, un occasione di ritrovarsi, di perdersi e di un po’ di divertimento. Qualcuno andrà proprio a quella festa per cercare quella persona, contribuendo al gioco della seduzione di sempre. Immagino cosa siano stanotte le spiagge del Salento, le feste in spiaggia, i falò, i concerti, il caldo e i piedi scalzi. Qualcuno ballerà sotto un vulcano sulle isole Eolie, qualcun altro, sperduto in mezzo ad un bosco in una tenda guarderà le stelle cadere stretto al cuore della sua amata\o giurandosi amore eterno finché dura.
C’è chi invece torna a casa magari nel sud d’Italia, (molti anche nord e centro), dalle grandi città, per ritrovarsi coccolato e nutrito a dovere dalla famiglia che non aspetta altro che inondare il povero o la povera malcapitata di tutte le cure che gli ha dovuto sottrarre sempre troppo prematuramente, ma ricordargli anche che in qualunque modo sia il modo la fuori c’è sempre il posto della cuccagna ad aspettarlo grondante di coccole e cibo strepitoso.
Ci sarà qualcuno che dormirà su una barca in mezzo al mare, con solo le luci del cielo, ascoltando una musica lontana magari tra le coste delle Grecia.
Immagino poi invece quelle famiglie da last second, che sicuramente avranno anche loro come me la casella email intasata di newsletters improbabili di ogni sorta di last second e avranno deciso di tentare la sorte, arrivare così  in qualche posto all-inclusive dove possono finalmente smettere di preoccuparsi per qualche giorno del consumarsi della vita e immaginarsi come sarebbe disporre di cibo illimitato.
E poi ci sono gli sportivi, anche loro, in fila per accaparrarsi la loro settimana di “libertà” e di partenza fuori dalla routine, per poi poter tornare a settembre e raccontare della loro incredibile impresa in bicicletta tra il passo del piccolo e grande san bernardo e di quel giorno memorabile in cui hanno avvistato un falco proprio vicino al sentiero di campagna.
Bene forse sarò ancora sotto gli effetti del musical di ieri sera, Mamma Mia!, che ogni volta che lo vedo mi proietta in quelle emozioni da film americano da favola a lieto fine patinata, ma è così che mi immagino questo Agosto, l’occasione per potersi vivere un degno lieto, non per forza sfarzoso, ma godereccio.
A modo mio dalla mia cellula sterilizzata e sterilizzante, che mi permette di vedere la realtà come un mix tra un film surreale e ricordi del mio passato, mi sto godendo questo meritato agosto di sosta. E mentre tutti occupano un qualche spazio da qualche altra parte, mi piace occupare quello spazio invece rimasto vuoto in città e nei pensieri. Mi allargo ed espando in questo vuoto come un enorme pozza d’acqua senza confini ed esploro ogni lembo di nuovo  territorio e imparo a stare in luoghi spendidamente sconosciuti.
Chiudo gli occhi e scorrono nella mia mente le immagini di Meryl Streep in Mammamia! , che ieri sera ha tanto molestato i miei compagni di corridoi per i toni troppo alti della riproduzione e mi viene da ridere.
Immagino le loro facce inorridite nelle stanze risvegliarsi sobbalzando nel cuore della notte ai ritmi di “You can dance, You can fly, Having the time of your life” , oppure “Sooper Trooper”, domandandosi per un attimo se per caso fossero finiti nel mezzo di qualche sagra  improvvistata.  E più immagino i balletti del musical e più l’incongruenza con la situazione e non posso altro che pensare a come sarebbe stato spettacolare aver assistito ad scena da musical in ospedale, uscire dalla mia stanza, veder spalancate tutte quelle porte che rimangono tutto il giorno ermeticamente chiuse, e sorprendere una fila di venti persone in pigiama, con tanto di flebo attaccate, uscire dalla stanza fare una piroetta e cantando all’unisono una canzone degli Abba con tanto di coreografia.
Un sogno.
Per oggi è tutto.
Passo e chiudo. 



colei che si occupa di tenere l'aria ben sterilizzata. 

martedì 12 giugno 2012

Raggio-terapia

Sono le 8.12 del mattino e sono in macchina, è una giornata di sole di quelle che arrivano dopo due giorni di pioggia e temporale e quindi vale “doppio”, mi dico, ed è proprio così: si apprezzano le giornate di sole intensamente e veramente soltanto dopo qualche giorno di pioggia.  C’è quella sensazione nell’aria di leggerezza e finalmente le nuvole si sono spostate lasciando spazio ai raggi del sole di riscaldare con il calore giusto che ci si aspetta in questo periodo dell’anno: già troppo caldo per quest'ora del mattino.
Mi viene da ringraziare la pioggia, le nuvole nere dei giorni passati  che affollano il cielo e lo nascondono e ti fanno pensare che sia tutto perduto : sembra che le nuvole stesse stiano per crollarti addosso e tu non sei forte abbastanza da reggere tutto quel peso che finirebbe con l’annientarti.
Ma succede che quando meno te l’aspetti, le nuvole si aprono e lasciano al loro posto il cielo azzurro,  e ti liberano dall’idea di dover portare sopra di te tutto quell’infinito peso (che poi altro non è che acqua condensata).
Bene: mi trovo adesso sull’Aurelia, la grande e maestosa via Aurelia che collega Roma alla Francia costeggiando metà Italia, e per un attimo penso di fare quel viaggio e continuare dritta finchè non finisce: sbattermi contro il confine immaginario che separa Italia-Francia, e oltrepassarlo.
Ho tantissima voglia di viaggiare, di salpare, di prendere il largo e non tornare più, e sto mettendo a dura prova la mia pazienza in questi mesi. Ma dopotutto che cos'è la pazienza se non la ruota di scorta della macchina che ci permette di attraversare la vita?
Questa volta non posso continuare la strada e mi tocca svoltare  prima e fermarmi, alla clinica che si trova proprio lì per la seduta quotidiana radioterapia che ho iniziato da qualche settimana.
Sono in anticipo, pensavo di metterci molto di più, ma il traffico di Roma è stato clemente questa mattina, sarà stato il sole che ha invogliato tutti i moticiclisti a lasciare la macchina parcheggiata e sfrecciare tra le strade di roma sopra le loro due ruote.
Mi accosto dall’altro lato della clinica, c’è un giornalaio dove acquisto una  di quelle riviste complicate che mi piaccino tanto e piene di articoli fitti che già so rimarrà per diverse settimane sulla mia scrivania, ma proprio per questo mi piace perché non fa parte di quelle riviste usa-e-getta piene soltanto metà di pubblicità e l’altra metà di parole incollate solo per parlare che finiscono automaticamente nel cestino dopo una giornata.
Apro la rivista, a caso, e leggo una citazione di Marcel Proust “il vero viaggio di scoperta non è vedere nuovi mondi, ma cambiare occhi”.
Immediatamente quel senso di fuga e di voler continuare a tirar dritto sull’Aurelia fino alla costa azzurra, svanisce, alzo lo sguardo e davanti a me scorgo la scritta “Matrix Bar”.
E capisco di essere arrrivata all’inizio di un nuovo viaggio.
Quel bar grigio e polveroso, ma con quella scritta al neon verde, immediatamente mi “risveglia” e sento che questa mattina la seduta di radioterapia non sarà soltanto una banale terapia.
Non credo che mai avrei potuto pensare di dovermi sottoporre ad un raggio che emani la potenza del sole concentrato su una parte del mio corpo. Già di per se questa è un esperienza stra-ordinaria. Immagino che quel raggio mi possa illuminare in qualche modo e che dopotutto anche nel film di Matrix, il protagonista ha dovuto assumere una pillola-farmaco per iniziare a “vederci chiaro”. E’ come se avessimo bisogno di qualche tipo di “aiuto” esterno per poter compiere il viaggio.
Entro nella sala della radioterapia: perfetto set di una pellicola di fantascienza.
Si entra nel “bunker” attraversando un enorme  porta blindata molto pesante che  assomiglia a quelle porte che dividono gli ambienti nel film starwars. La pesante e spessa porta di accesso conduce ad una grande sala in mezzo alla quale c’è questa macchina che sembra un incrocio tra quella che usano gli alieni quando rapiscono gli umani e fanno loro esperimenti di ogni tipo e un enorme microscopio.
Ci si posiziona sotto, sopra un materassino “personalizzato” con lo stampo del proprio corpo precedentemente preso e che servirà per riprendere la posizione nelle sedute successive e si resta  immobili aspettando che il tecnico faccia le sue manovre di routine. La figura umana all'interno della sala è l'unica cosa che mi riporta ogni tanto a ricordarmi che per fortuna o per sfortuna, che non sono su una navicella spaziale insieme ad E.T.
Ad un certo punto si spengono le luci e ci si ritrova al buio totale con fasci di laser rosso che puntano in ogni parte del corpo per allinearlo esattamente nel punto in cui poi il raggio andrà a trattare la zona interessata. Appena il posizionamento millimetrico è stato fatto, si accende una luce verde (un po’ simile a quella rossa delle diretta radio) e inizia a sentirsi un rumore meccanico che presumo sia quello dell’attivazione del raggio.
Questa esperienza alle 8 del mattino è ai confini tra l’onirico e il reale: ancora non ci si rende conto che la giornata è iniziata e si vive un esperienza veramente fantascientifica.
La radioterapia ho il sospetto che funzioni per effetto placebo, in realtà.
Non si sente nulla, è soltanto tanta scena (ovviamente nel mio caso il dosaggio è molto basso e dipende da soggetto a soggetto). 
Tutta questa operazione si conclude in pochi minuti.
Riemergo  in superficie uscendo dal bunker, il sole è così forte che mi devo mettere gli occhiali,  e mi chiedo se questa esperienza sia realmente accaduta o meno.
Alla fine cos’è che rende reale quello che viviamo?
Sono di nuovo in macchina, immersa nel traffico cittadino oramai, e guardo dall’altra parte della strada verso il “Matrix” e vedo la scritta che si allontana nello specchietto.
Mi sento più luminosa.

foto scattata poco prima dell'irraggiamento

martedì 15 maggio 2012

Ogni mattina ricomincia da capo

Ci sono mattine che mi sveglio con in mente una parola, una frase, una canzone, un immagine. Ultimamente queste mattine sono tutte le mattine ed ecco che la giornata poi è influenzata da quel pensiero, da quella frase che poi si sedimenta e mette radici accompagnandomi fino a sera.
Allora ho capito l'importanza fondamentale di questa frase, di questa parola o di questa canzone e di quanto sia importante che influenzi positivamente e non negativamente lo svolgersi della giornata.
Stamattina mi sono svegliata con in mente la frase "ogni mattina ricominca da capo", come se qualcuno me l'avesse sussurrata prima che mi svegliassi.
Credo sia una frase che molti si ripetano ultimamente, visto che non è un periodo facile per nessuno: ognuno oggi, in questo momento storico più che mai, ha la sua sfida personalizzata da affrontare.
Ho compreso  profondamente il potere incredibile di queste "parole mattutine".
Mi sento come se ogni giorno avessi la possibilità di riconnettermi con me stessa come se fosse la prima volta e ricominciare. Non bisogna cambiare continente per farlo, è un click che può accadere un giorno qualsiasi, magari mentre stiamo facendo colazione al bar sotto casa.
Ogni giorno possiamo ricominciare da capo, è questa l'incredibile fantasticheria della vita.
Ogni giorno il sole sorge e tramonta, e ogni giorno possiamo sorgere e tramontare anche noi.
Ci sono vermente cose alle quali non vi è soluzione?
E se ci sono, allora possiamo cambiare il modo in cui le osserviamo e scegliere di concentrarci  ogni mattina proprio su quei pensieri, su quelle frasi che ci permettano di predisporci in uno stato che facilita e non ostacola lo scorrere della giornata...
Riporto un brano che oggi mi è capitato tra le mani, che fa parte di una dispensa di un corso che sto frequentado nel quale si lavora proprio sulla consapevolezza del momento presente (mindfulness) , e  il brano si intola "Se dovessi rivivere la mia vita".

Vorrei fare più errori la prossima volta. Vorrei rilassarmi, vorrei scaldarmi. Vorrei essere un po' più folle di quanto sia stata questa volta. Vorrei prendere le cose meno sul serio. Vorrei avere maggiori opportunità. Vorrei scalare più montagne e attraversare più fiumi. Vorrei mangiare più gelati e meno fagioli.


Vorrei, forse, avere più problemi e preoccupazioni reali, ma averne meno di immaginari. Vedete, sono una di quelle persone che vive sensatamente e giudiziosamente ora dopo ora, giorno dopo giorno.


Oh certo, ho avuto i miei momenti,  e se dovessi vivere di nuovo ne avrei ancora di più.
Infatti vorrei provare a non avere altro- solo momenti, uno dopo l'altro- invece di vivere così tanti anni sempre in anticipo su ogni singolo giorno.


Sono stata una di quelle persone che non è mai andata da nessuna parte senza termometro, senza una bottiglia d'acqua calda, senza un impermiabile, senza un paracadute. Se dovessi vivere di nuovo, viaggerei più leggera.


Se dovessi rivivere la mia vita prima, in primavera, camminerei... camminerei scalza, dopo, in autunno, mi fermerei.
Danzerei di più, andrei di più sulle giostre. Forse coglierei più margherite....

Nadine Stair, 85 anni
Louisville, Kentucky



E tu?





Forse coglierei più margherite....


mercoledì 9 maggio 2012

Una pausa di "silenzio"


Parole, parole, parole, parole.
Torno al blog, non serena, ma infastidita da questa valanga di parole e con la voglia di metterle in riga e formare un discorso simil-compiuto. Ci provo.
PAROLE. Vorticosamente si ripetono nella mia testa quasi a volerla far esplodere.
SILENZIO per favore!
L’unico rimedio sembra essere quello di scriverle e dar loro uno spazio per esistere.
Sarà forse che ho smesso di meditare da qualche tempo e adesso ne sento veramente la mancanza: oggi ricomincio, sul serio. 
Sono tornata a “casa”, nella grande città, la vecchia città, l’immortale e sempreterna, la grande madre, la vecchia signora, la sporca, la verdissima, la lenta, noiosa e malinconica, la famosa e acclamata, solita, indiscussa, amata e odiata, Roma.
Sono seduta alla scrivania della mia camera, e c’è un atmosfera surreale, sospesa, di attesa. E’ uno di quei giorni che vorrei non passassero mai, ma  continuamente leggo l’ora sul display del computer e mi sembra che il tempo scorra troppo ed esageratamente in fretta.
Fuori dalla finestra c’è un sole oramai quasi estivo, e i pollini degli alberi volano portati dalla corrente su e giù per il viale. Sembrano vivi: sembrano possedere una loro volontà anche se in reatà è il vento che decide. Trovo commovente il tentativo di ogni albero, fiore, pianta di riprodursi ogni anno, ogni primavera e il loro affidarsi ad un destino che non dipende da loro, nel loro affidarsi silenzionamente ci offrono un grande insegnamento.
Domani ho una visita medica importante per pianificare l’inizio della radioterapia: l’avventura con il linfoma non è finita,  il processo di guarigione continua ed io mi tengo ancorata al presente raccogliendo ogni energia necessaria ad affrontare ciò che verrà.  Mi sento come un soldato che prima di andare in guerra si ritrova nella stanza delle munizioni e decide quali armi e quante munizioni deve portare con sé. Sono lì che osservo e mi procuro la giusta attrezzatura, per fortuna non è la prima battaglia e sono già allenata, forse solo un po’ stanca.
E’ vero che nell’immobilità ogni cosa riemerge, ma veramente ogni cosa.
Comprendo perché molte persone hanno il terrore di fermarsi, e sostare negli spazi di tempo che esistono tra una parola ed un'altra, tra un respiro ed un altro, tra un appuntamento ed un altro.
In quello spazio c’è quel tutto che tanto si teme e che tanto si fugge.
Quello spazio è riempito da tutte le parole non dette, da tutti i pensieri incompiuti, le immagini lontane e future, da tutti i desideri e  disegni che sempre abbiamo fatto da piccoli, da quella casa colorata al bordo della strada che ci siamo sempre chiesti come sarebbe stato vivere li.
Allora il silenzio è bandito e pericoloso. E’ uno spazio inascoltato e meno viene ascoltato e più incalza e si ingrossa e più va fuggito. Si preferisce parlare dello spazio di qualcun altro, appropriarsi della realtà più facilmente dichiarata all’esterno, insegnata, sperimentata e approvata.
Più facile, più automatico.
Il problema è che in realtà il silenzio non esiste e per quanto “noi” adulti siamo diventati bravissimi, perché abbiamo imparato da bambini da “voi” adulti a parlare sopra le nostre emozioni, la verità si manifesta e trapela in ogni gesto e istante. L’inespresso si manifesta costantemente, e meno viene manifestato e più troverà modo di manifestarsi da solo, nei casi più gravi a discapito della salute del malcapitato che soffre di quella che io chiamo disabilità espressiva.
La vera disabilità è quella invisibile, ed è la più pericolosa. Ci sono persone con stampelle e sedie a rotelle che non si possono vedere ad occhio nudo.
Chi nasconde i suoi limiti e le sue difficoltà sta combattendo una battaglia che non avrà mai fine.
Sono qui che annaspo, mi aggrappo alle certezze meno certe, ma non fuggo perché ho compreso che in realtà non esiste rifugio da me stessa.
Qui, dove sono adesso, è l’unico posto dove vorrei essere perché è dove sono, per ora… poi si vedrà. Intanto costruisco il mio regno, edifico le fondamenta per il mio futuro, non prima di aver però distrutto quelle delle certezze. La libertà si conquista solo correndo qualche rischio.
Intanto il tempo procede nella sua corsa, adesso  ascolto suonare le campane della chiesa qui vicino (che poi non ho mai capito con quale criterio suonano), e mi accorgo che il tempo è passato eccome e sono già in ritardo.
Scappo che per oggi questa pausa è sufficiente e mi immergo negli innuverevoli appuntamenti della giornata, assecondando la fretta di portarli a termine, concedendomi un po' di sacrosanta incosapevolezza e libertà di non pensare.

Compito del giorno:
-       Prendi un foglio bianco, e concentrati su quello che senti, su quello che provi.
-       Scrivi il nome di una persona che conosci e alla quale non sei riuscito/a ad esprimere ciò che volevi.
-       Scrivi sul foglio quello che volevi dire in quell’occasione.
-       Se questa persona è una persona che ancora conosci e frequenti, vai da lei o da lui e leggi quello che hai scritto: è un occasione imperdibile ed adesso è il momento giusto.
-       Se non vedi o frequenti più quella persona brucia il foglio e lascia andare le ceneri nel lavandino di casa oppure in un corso d’acqua.
-       Ringrazia te stesso/a per il gesto d’amore e di verità che hai appena compiuto.


Il silenzioso insegnamento delle piante.


venerdì 13 aprile 2012

Esseri umani in cattività

Quando si vive in una grande città ci si dimentica che la vita scorre in modo molto diverso da quello che si crede. Ci sono luoghi in cui è possibile ritrovare questa dimensione e credo che sia di fondamentale importanza recarvici il più spesso possibile per mantenere viva quella sensazione e non lasciare che sfumandosi diventi un ricordo sempre più lontano e venga poi fagocitato dalla quotidianità con tutto il resto.
Sono approdata in uno di quei luoghi, uno di quelli a me più cari e finalmente inizio a sentire che le lunghe mareggiate che hanno recentemente invaso il mio corpo e la mia anima  cominciano a placarsi, molto lentamente.
Non è il luogo che fa la differenza: ho sempre creduto che se si riesce ad avere una tale centratura con se stessi ed equilibrio è possibile vivere ovunque. Fatto sta che però esistono alcuni luoghi in cui tutto questo è facilitato, dove l’unica strada da percorrere è quella che ti conduce all’essenzialità dell’essere. In questi luoghi non ci sono strade affollate, traffico inverosimile, asfalto sopra e sotto, semafori che lampeggiano, aria irrespirabile, spostamenti aggravati dall’impossibilità di trovare un parcheggio, file nei negozi per comprare, consumare, per non parlare poi dei rapporti con gli altri esseri umani. Nelle città sembrano tutti presi da progetti che riguardano solamente la propria individualità e interesse personale: ognuno chiuso in quella piccola scatola fatta di quattro mura di specchio che riflette soltanto l’immagine di se stessi con la quale diventa sempre più difficile confrontarsi, ma che ogni giorno sembra essere l’unico riferimento e appiglio per andare avanti.
Non si può perdere tempo: chi “perde tempo” inizia ad appartenere ad una parte di società che non produce, che non alimenta il macchinoso ed incessante procedere di questo freddo meccanismo.
Un meccanismo che sempre più inizia a cedere sotto il peso dell’incubo della cosidetta “crisi” economica che sebbene abbia creato enormi disagi e costringa molte famiglie a fare sforzi sovraumani, ha la sua “altra-faccia-della-medaglia” che ha costretto moltissimi inevitabilmente a fare i conti non più con cosa possedevano ma con cosa gli è rimasto e scoprirne il vero valore.
“Chi si ferma è perduto, risucchiato, annientato: non vale nulla”, sembra urlare forte e chiaro la voce di una società che sta arrivando al suo capolinea o peggio ancora a schiantarsi contro il muro dell’inevitabile confronto con se stessa troppo a lungo evitato che potrebbe portare al suo inevitabile suicidio.
Se per un attimo, prima di schiantarci e di arrivare laddove la riemersione sarebbe molto più dolorosa e faticosa invece immaginassimo una semplice cosa: il luogo in cui viviamo ci appartiene.
Cosa accadrebbe?
Se aprissimo gli occhi e ci rendessimo conto di far parte di un intero popolo che vive su questo pianeta, e che ha a disposizione (fino a prova contraria) una sola occasione di esistere e vivere su questa terra, io credo che qualcosa cambierebbe.
Di colpo apriremmo gli occhi e ci renderemmo conto la fatica di averli tenuti chiusi per chissà quanto tempo rincorrendo ciecamente uno scopo, un fine, non dettato dalla voce più profonda che ci abita intimamente, ma da chissà quale altra voce che un giorno ci disse “E’ così che va il mondo, devi fare questo e questo altrimenti non ne fai parte”, mentre in realtà  già respirare ed esistere vuol dire fare parte del mondo.
Io credo profondamente che soltanto iniziando ad ascoltare quel respiro che ci abita e rendendoci conto che in realtà è tutto quello che conta si possono compiere imprese veramente grandiose.
Per grandiose intendo tutte quelle imprese che celebrano e riconoscono questo passaggio sulla terra in armonia con il proprio universo intimo: trovare il modo di accordare l’interiore e l’esteriore.
Non c’è separazione, non c’è scissione, non può più esserci incomunicabilità:  quella scatola di specchi va rotta, e per farlo è necessario andare fuori da se stessi per poi specchiarsi nell’altro invece che nella gelida superficie specchiata del narcisismo e dell'ego-centrismo,   prenderlo per mano e lasciarsi prendere per mano (robetta da nulla..).
E’ un duro lavoro, ma che secondo me non si esplica in un risultato, ma nel tentativo stesso di raggiungerlo. L’equilibrio non è statico, è movimento.
Gli abitanti delle città sono come animali cresciuti in cattività, nati in un ambiente ricostruito e che lontanamente ricorda il loro luogo d’origine. A volte capita loro di osservare il cielo “ a quadrati”, tra un palazzo ed un altro (o peggio un grattacielo ed un altro) e sentire un vago sentimento nostalgico che con voce calda e amorevole sussurra all’animo dell’ignaro “ il cielo è molto più vasto di quello che vedi”.
Quando sento questa voce, oramai ho imparato a riconoscerla, immediatamente mi rendo conto che devo tornare li dove posso fermarmi, piantare i piedi nella terra in mezzo ad un campo e tendere le braccia al cielo contemplando la sua vastità. E’ per me una chiamata sempre più esigente, più presente che non posso ignorare. Ho imparato così a ritagliarmi momenti in cui poter fermarmi e apprezzare, ricordare che esisto a prescindere da ciò che faccio, che la natura è qualcosa di più grande di un triste albero piantato in un quadratino di terra in mezzo all’asfalto su lungo Tevere, e che si può respirare l’aria a polmoni aperti senza rischiare di essere intossicati.
L’adattamento umano è qualcosa di veramente stupefacente ed è ciò che ci permette di poterci “abituare” a quasi ogni tipo di situazione.
L’intelligenza è la più alta forma di adattamento diceva qualcuno e senza dubbio gli esseri umani possiedono questa incredibile facoltà.
Purtroppo non sempre è benefica, ci si può adattare, abituare anche a qualcosa che è estremamente dannosa e distruttiva. L’essere umano ha una capacità di sopportazione infinita: se convinciamo la nostra mente di qualcosa che volgiamo essa ci porterà là dove avevamo deciso, ci proverà in tutti i modi. L’ostinazione, la sete di successo, di conquista, di potere non viene placata fino al momento in cui si raggiunge l’oggetto del desiderio che una volta raggiunto viene divorato ma che troppo in fretta dimenticato e scartato, passando al successivo.  Nell’affannosa ricerca non ci si ferma mai a raccogliere pezzi di sé disseminati ed abbandonati  per strada, perché crediamo che appesantiscano la nostra corsa: in essi credo sia celato il segreto che ci può condurre ad un esistenza ricca di reali conquiste. Pensiamo che la corsa sia fuori di noi, verso qualcosa, per raggiungere una meta concreta tangibile, sfruttabile. Mentre troppo poco spesso ci si rende conto che l’unica strada che è necessaria e vitale percorrere è quella dentro noi stessi.
In realtà credo che arriva quel momento per ognuno, in molti casi è soltanto un momento: un balume, un’intuizione e  si aprono velocemente gli occhi. Ci vuole del tempo per abiuarsi alla luce e se questo avviene troppo tardi si rischia di danneggiare la retina, oppure di non riuscire a vedere tutti i colori e preferire per questo richiudere gli occhi e tornare ad un’esistenza “protetta”.
Per questo alleniamoci ad aprirli il prima possibile per riucire ad acquistare quell’allenamento che può farceli aprire con frequenza sempre maggiore.
Oggi apro gli occhi e mi sveglio: fuori dalla finestra vedo colline verdi, campi coltivati. Il cielo è coperto e sembra lì lì per piovere. Il silenzio è interrotto dai voli disordinati delle rondini che cinguettano e si rincorrono sfruttando le correnti d’aria calda primaverili ricordandomi che per quanto il tempo potrà peggiorare siamo in una stagione mite.
Sogno un giorno di potermi sentire con i piedi sulla terra e le braccia tese al cielo anche laddove il cielo non lo vedo e la terra non la sento: raggiungere quella consapevolezza inespugnabile di esistere ovunque e comunque vada.
Dentro di me una profondissima e ritrovata pace finalmente inizia a farsi spazio.
Respiro.

Citta della Luce, Ripe, Marche.

lunedì 19 marzo 2012

In partenza

Tutto cambia, tutto si trasforma sempre, ma ci sono momenti cruciali in cui sembra accadere tutto insieme, forse perchè non ce ne accorgiamo finchè non arriva quel momento che come una goccia fa trabboccare il fatidico e famossisimo vaso: ci ritroviamo allagati da tutta quell'acqua che improvissamente ci sveglia e ci riporta alla realtà.
Domani è quel giorno per me.
Mi preparo ad accogliere il cambiamento che arriverà, mi piace anche che non siamo poi mai pronti fino in fondo e qusto mi fa adorare così tanto i cambiamenti: quella sensazione di ignoto e inesplorato. Mi piace assistere ai quei momenti magici in cui sai benissimo che niente sarà mai come prima. Ci sono persone che sono terrorizzate, che fanno di tutto per non cambiare per rimanere attaccate alla loro scoglio in cui si sentono salvi e al sicuro, sentendosi in mezzo ad un mare in tempesta.
Non c'è scampo dal mare in tempesta, questo è poco ma sicuro, ma per come la vedo io, vale la pena tuffarsi e iniziare a nuotare.  Chissà che non si trovi uno scoglio molto più grande, e poi uno ancora più grande, e poi un piccolo gruppetto di scogli, ed infine un isola fantastica ed inesplorata.
Spesso ci sono infinite bracciate che ci separano da uno scoglio ad un altro, e dobbiamo arrivare allo stremo delle nostre forze, finchè tutto sembra oramai perduto. Ed è proprio quella sensazione di "tutto oramai sembrava perduto" (fase famosa in film in romanzi , che viene preannunciata prima della grande svolta), che fa apparire all'orizzonte un altro scoglio.
Stremi ed esausti, finalmente ci possiamo riposare, recuperare le forze, ma dentro di noi sappimo che non potremmo rimanere all'infinito su quello scoglio, rischio che si corre: diventare lo scoglio stesso.
Esistono casi eccezionali, rarissimi: a volte lo scoglio è già abitato. Ma non bisogna farsi intimorire, l'abitante dello scoglio può diventare un ottimo compagno o compagna di scoglio e ci sono alcuni che decidono di rimanere sullo scoglio insieme, uniti, e si avvinghiano con tutte le loro forze a quella pietra nel mezzo dell'oceano e diventano un enorme pietra unica, immobile, salda. E' commovente quando si incontrano questi grandi scogli, io non posso mai trattenermi dal commuovermi dentro di me osservando quella forza misteriosa che unisce i due viaggiatori.
Ma questo accade raramente, e poi sempre scogli si rimane in un certo senso. C'è sempre qualcosa che mi sfugge, e non sento che quelle unioni siano poi costituite su un vero intento comune, in quei casi si tratta di sopravvienza, di scegliere di fermarsi insieme sullo stesso scoglio e fondersi e diventare quello scoglio insieme. Una scelta troppo dettata dalle circostanze e dal caso(benchè io non creda nel caso, ma credo  nella scelta personale sopra ogni cosa).
Io credo che esista da qualche parte in mezzo al mare, un enorme isola, verde, ricca, piena di fiumi, lagune, animali, ed esseri umani. Sono esseri umani speciali, che hanno nuotato tantissimo nella loro vita, che mai si sono fermati al primo scoglio, neanche al secondo che hanno incontrato, e neanche al terzo dove potevano fondersi con un altra persona e diventare uno scoglio.
Credo nell'amore, credo nello scambio, ma questo può avvenire se si prende in rischio di nuotare un po' più a largo lontani dalle proprie certezze.
Sono convinta che esista una vetta inesplorata, un tempio  eretto sulla saggezza su un terreno dove poter finalmente alloggiare ed osservare dall'alto il mare in tempesta e i naufraghi che tanto nuotano in cerca della via che conduce al segreto della vita. Ma questo luogo è così lontano ancora da me.
Sognando un giorno di poter conquistare quel luogo di serenità eretto dai sapienti, eccomi così sul bordo dello scoglio sul quale sono stata per questo ultimo periodo.
Guardo davanti: il mare è in tempesta, il cielo è scuro e c'è tanto vento che quasi mi sposta.
Ma è giunta l'ora di fare questo salto. Sono stata troppo qui ferma, sento che dentro di me si è completato qualcosa e la chiamata ad andare avanti, a riprendere la chiamata è troppo forte, irresistibile. So anche che l'unico sollievo del mare in tempesta è che l'acqua poi non è così tanto fredda e si può continutare a nuotare.
Chiudo gli occhi, respiro profondamente, sento sotto i miei piedi quella roccia ferma e solida per l'ultima volta, e mi dico che sono poche le bracciate che mi separano dalla prossima.
Mi tuffo.
Domani lascio la casa in cui sono stata questi passati mesi e parto per Parigi per qualche giorno (5 giorni esattamente) con l'occasione di trovare una persona per me importante che se dovessi immaginarla in mezzo a questo mare in tempesta la immagino che nuota e non tanto distante da me.
In questa giornata di passaggio, raccolgo con me le poche cose che mi seviranno per il viaggio e scruto l'orizzonte immaginando che cos'altro mi regalerà.
Questa casa è stata così importante  è stata per questo periodo il mio scoglio, la  certezza che mi ha aiutato a riposarmi e rigenerarmi tra un ricovero ed un altro.
Lascio in  questo luogo una parte della mia anima, e del mio cuore.
Ma sono convinta che ogni volta che si lascia andare qualcosa ne arrivi sempre un altra ancora più grande importante.
L'importante è non smettere mai di nuotare.

da qualche parte laggù esiste una vetta, un luogo di serenità immutabile.



domenica 18 marzo 2012

Un lampone per ogni pensiero felice


Credo nelle pause che si susseguono fra una nota ed un’altra tra le righe di uno spartito, sono poi quelle che danno intensità e valore alla nota che verrà emessa successivamente. Così come il silenzio. Ho lasciato che il silenzio riempisse un po' di spazio e così ho preferito assentarmi dal riempire gli spazi vuoti con parole e pensieri e lasciare qualche riga di silenzio necessaria  per accogliere ciò che sarebbe arrivato.
E' difficile trovare quell'equilibrio tra le parole e le pause, troppo spesso cerchiamo di riempire silenzi oppure si sceglie di rimanere in silenzio per paura di dire troppo.
Imparare ad avere il giusto tempismo è quasi tutto nella vita.
Allo stesso modo è importante la qualità dei pensieri che si riesce ad avere durante una giornata.
Oggi mi sono svegliata, con una sensazione che mi trascino da qualche settimana, e che prima che mi abbandoni devono spesso passare diverse ore. La sensazione è quella di necessità di lasciar decantare i miei pensieri, accoglierli in uno spazio silenzioso, aspettare la giusta temperatura che permetta loro di evaporare, ma questo non sempre accade: forse perchè mi sveglio troppo presto e velocemente oppure semplicemente perchè la temperatura non è quella giusta.
Scegliere di recarsi in un parco di sabato mattina è una delle scelte più gettonate a Roma, una delle città più verdi d'Europa. Io non sono per le scelte troppo "accessibili", ma oggi è andata così.
Mi sono infilata nella mia piccola macchina da città (finalmente sono tornata a guidare, quando mi mancava e mi chiedo perchè ci ho messo così tanto, ma la risposta ricade nelle risposte che hanno a che fare con l'aspettare il giusto tempo per le cose), ed eccomi così nuovamente al volante.  La fortuna ha voluto che la gamba che non posso muovere fosse la sinistra e per guidare una macchina con il cambio automatico si può benissimo farne a meno.

I pensieri del mattino stavano ancora lì, non riuscivo proprio a trasformarli a  renderli più leggeri ed apprezzare  una meravigliosa giornata di sole.  Ho subito acceso la radio sul canale 100.3, musica classica. Ho riscoperto la musica classica, credo che sia l'unico tipo di musica che può magicamente rimettere in ordine i pensieri: è come se i pensieri passino attraverso un enorme tubo e ne escano fuori più puliti, colorati, ordinati e depurati.
Accompagnata dalle note di Bach, e dall'entusiamo per la guida ritrovata, sono passata subito a prendere un mio amico con il quale avrei poi raggiunto altre amiche a Villa pamphili, una delle ville più spettacolari della città durante la settimana, ma anche una delle più popolate durante il weekend.
Appena arrivati abbiamo cercato  disperatamente di posizionare il mio enorme telo bianco, nonchè copridivano, colti dalla stessa difficoltà che si ha quando si arriva in una spiaggia troppo affollata. In tutto ciò delle altre amiche neanche l'ombra, sembrava che la folla le avesse inghiottite e disperse. Inutile dire che gli interrogativi più  più frequenti che mi passavano per la mente erano in quel momento rivolti a comprendere il perchè mi trovassi in quel posto, con un telo e il cestino dal picnic, e nello stesso tempo  a comprendere cosa avessero in comune con i gruppi di genitori e bambini gli adolescenti persi nei fumi di marijuana che devo dire  però insieme misteriosamente formavano un allegro connubbio: urla da una parte dei bambini che volevano far sentire i loro bisogno primari alle madri e dall'altra adolescenti che urlavano il loro bisogno di farsi sentire parte di un gruppo (il che a quest'età include esprimersi senza conoscere la differenza tra una bestemmia ed un esclamazione). Mi sono sentita tutta ad un tratto una vecchia rompiscatole che avrebbe tanto voluto scoppiare quei palloni che si divertivano a lanciarsi con entusiamo e  che ogni dieci minuti sfioravano la mia testa, e spengere sulle loro di teste quelle dannate sigarette che fumavano tanto per darsi un tono.
Sì:  una vecchietta scorbutica, isterica e insofferente. Mi sono ad un tratto guardata da fuori, e ho iniziato a chiedermi cos'è che non andava in me. Dopotutto, godersi una giornata di sole, sopra un prato fiorito che annuncia il definitivo inizio di primavera, non dovrebbe poi essere così difficile. In quel momento invece sembrava essere veramente una missione impossibile. 
In preda ad un raptus di insofferenza, che nel frattempo avevo contaggiato anche al mio sventurato accompagnatore, avevo deciso in quell'istante di spostare tutto il nostro accampamento molto più in là, lontano da tutto quel vociferare e di avventurarci alla ricerca di altre amiche che dovevano aspettarci da qualche parte lì, in mezzo a quella folla eterogenea ma che emetteva un unico rumore indistinto.
Spesso non basta fare silenzio dentro di sè, è necessario prorio che quel silenzio parte da fuori ed io oggi ero convita che avrei trovato quello spazio, ma era necessario muovermi e farlo subito.
Trascinandomi dietro il telo, il pranzo, le stampelle e tutto il resto ho iniziato a cercare, e cercare finchè ho notato in lontananza una zona misteriosamente vuota circondata da una bellissima famiglia di piccoli abeti. Ho iniziato a camminare in quella direzione e più mi avvicinavo e più sentivo sfumarsi alle mie spalle lo scenario precedente e aprirsi una nuova dimensione. Man mano che mi avvicinavo sentivo alle mie spalle descrescere il rumore delle voci , ma iniziavo a sentire un quasi impercettibile suono che proveniva prorio da quella parte. Avvicinandomi sempre di più il suono diventava più nitido, ed ecco che finalmente lo avevo riconosciuto: proveniva da alcune persone che stavano recitanto un "Om" . Eccomi quasi arrivata, e con stupore mi sono resa conto di conoscere da dove proveniva quel suono: erano le mie amiche che stavano sedute, in meditazione sotto gli abeti e stavano concludendo la loro lezione di yoga.
Ci siamo così silenziosamente  sistemati alle loro spalle con il nostro telo bianco, che adesso mi sembrava trasformatosi in un enorme bianco lenzuolo di lino preziosissimo, in silenzio ad aspettare che finissero con la loro pratica. "Sorpresa!", ho esclamato ad una di loro mentre in realtà quella ad essere sopresa ero stata io. 
Ci sono giornate in cui ritrovare la propria pace può essere faticoso, e spesso è necessario però non accontentarsi delle circostanze, ed avventurarsi oltre. 
Io credo profondamente che in ogni situazione sia possibile trovare quello spazio silenzioso, e se devo immaginarlo lo immagino così: un prato di margherite circondato da abeti verdi.
E chissà che in quello spazio non ci siano ad aspettarci i pensieri più belli e sereni, che magicamente prendono forma e significato nei volti delle persone a cui vogliamo bene.
"Che bello averti qui! Ti aspettavamo!", ha esclamato una di loro, mentre stava aprendo un tovagliolo di stoffa con dentro un piccolo tortino di crema con degli enormi lamponi sopra.
Offrendomi di assaggiare quella prelibatezza, l'altra amica mi ha detto "Immagina che ogni lampone sia un pensiero felice".
Ho chiuso così gli occhi, e mentre assaporavo un lampone alla volta dentro di me sentivo finalmente nascere un enorme gioia per la pace finalmente ritrovata









prato di margherite.


giovedì 23 febbraio 2012

E' severamente vietato?

La primavera in questi giorni sembra aver donato un anticipo di sé, quasi a voler ribadire che prima o poi arriverà e che l’inverno è soltanto un freddo momentaneo. A Roma, perlomeno, l’inverno è qualcosa di veramente passeggero e fugace. Il freddo vero non persiste per più di un mese, e per tutto il resto dell’anno il clima è perfetto. 
Sto veramente parlando del tempo? Qualcuno mi fermi.
Cerco un modo per evadere da queste quattro mura, ma oggi proprio non ci riesco. E’ come se avessi esaurito la mia fantasia, “puff”, svanita, come una scatola di biscotti mangiata troppo in fretta. 
Ho paura quando accade questo, quando sento che non ho più riserve e neanche una  cartuccia da sparare.
Mi sento sospesa in un limbo, galleggio nel tutto-nulla dell’esistenza, oramai mi sento che sto perdendo la mia identità, mi sto smaterializzando, dissolvendo.
Per fortuna però esistono queste grandi finestre sulla città, che mi aiutano a scrutare, a guardare tutto da lontano e mi sembra che niente passi inosservato al mio sguardo indagatore. 
Ho sempre amato guardare le cose dall’alto. 
Ogni viaggio che faccio, ogni città nuova che vedo, il mio primo desiderio è quello di raggiungere il punto più alto, e non mi do pace finché non scopro dove si trovi. Diventa il mio obiettivo principale: costringo la/lo sventurata/o che è con me in questa missione che deve essere portata a termine entro le 24 ore dall’arrivo. 
Non riesco a spiegare cosa sia quella sensazione che mi spinge nella ricerca, è quasi un senso di claustrofobia mischiato ad una  necessità  di sollevarmi da terra. Una volta raggiunto quel punto, che sia esso un grattacielo, una montagna, un monumento della città, finalmente sento che dentro di me qualcosa trova il suo posto: riuscire a percepire i limiti estremi di una città mi da un senso di pace rassicurante. 
Non sempre è possibile vedere dove finisce una città, mi ricordo quando sono stata a Città del Messico, una delle metropoli più grandi al mondo, e sono salita sul grattacielo più alto era impossibile distinguere l’inizio e la fine di quell’enorme mostro pulsante di più di 22  milioni d'abitanti. L’unica cosa che sembrava fermare la folle espansione urbana, erano le montagne in lontananza: come a testimonianza che l’uomo può anche illudersi di avere un ruolo influente su questo pianeta, ma le montagne per fortuna ancora non è riuscito a spostarle.
Sono rinchiusa da due settimane in questo “oblò sulla città”, che ho imparato ad amare, ho modificato e trasformato con la mia presenza. Mi dico anche che due settimane alla fine non sono nulla,  e che il tempo scorre. Queste 15 giornate hanno scolpito dentro di me un’esperienza significativa e che adesso mi sento addosso, sento che fa parte di me.
Sento che quest’esperienza non sarebbe stata la stessa senza quelle finestre enormi, che mi permettono di osservare la mia città fino ai suoi limiti più remoti: se c’è il sole riesco a vedere le montagne ancora innevate, che per fortuna sono molto diverse da quelle messicane.
C’è solo un piccolo particolare che mi ha infastidito fin dal primo giorno: quella scritta.
Le finestre sono belle perché si possono aprire, ma ti passa la voglia leggendo “è severamente vietato aprire le finestre”. Mi sono sentita violentata la prima volta che l’ho letta, ho sentito che  con le finestre anche la mia immaginazione doveva rimanere severamente chiusa. Io capisco che è un motivo strettamente igienico, ma lo trovo alquanto bizzarro.  
“Nell’aria fuori ci sono microbi pericolosissimi che porterebbero contagiarti visto che le tue difese immunitarie sono drasticamente calate” direbbe qualche medico e potrebbe essere anche vero certo, ma non del tutto, almeno non per la mia fervida immaginazione che si sente costretta e privata di preziosissima aria fresca.
Come faccio con quel “severamente chiuso” ad uscire e fuggire da qui, a sollevarmi sulla città come un gabbiano di città (assurda questa cosa dei gabbiani),  e nutrirmi di ciò che mi spetta?
Semplice: apro la finestra.
Va bene, lo ammetto,  può non sembrare una mossa così incredibile, ma questa piccola non curanza della “legge”, mi fa sentire così piena di vita. Questo è il mio piccolo segreto che voglio allora confessare: ogni sera dopo il tramonto quando sono sola, tengo la finestra aperta per almeno una mezzora, giusto il tempo di permettere all’aria di entrare e alla mia mente di uscire. 
Mi sembra uno scambio equo, e non faccio male a nessuno.
Oggi mi sono seduta sul davanzale sotto la finestra, l’ho aperta  proprio durante il tramonto e mi sono concessa di immergermi di quei colori incredibili  regalati dalla  precoce primavera romana.  Mi sarei volentieri sorseggiata un bicchiere di rosso, ma rido sotto i baffi pensando a quanti me ne berrò tra non meno di 72 ore. “Ce l’ho quasi fatta” ho pensato, e anche se questo non è il mio ultimo ricovero, in fondo non è stato così male isolarmi per questi giorni e guardare le cose dall’alto ma anche: non aver voglia di muovere un dito, rivalutare la mia posizione su molte cose compreso il non vedere mai la televisione, mangiare sconsideratamente solo per noia, ascoltare il suono del silenzio anche per ore, dormire all’inverosimile, scrivere sui muri frasi senza senso, non spostarmi per più di 3 metri dal posto dove ho dormito, leggere libri che non avrei mai letto, guardare film che non avrei mai visto, cimentarmi nel disegno con i pastelli, la mattina rimanere in dormiveglia per un’ora cercando di ricordarmi quel sogno, aver voglia e bisogno di non far parte del mondo.
Sono tutte cose che dimenticherò in fretta, lo so, che saranno riassorbite velocemente dalla vita la fuori, che adesso sento in attesa e desiderosa di essere vissuta ma che allo stesso tempo mi sembra così lontana così come mi sembra lontana da quassù la cupola di San Pietro: una minuscola cunetta di marmo assorbita da una distesa di palazzi.
Ho capito però che potrei fare e rifare questo ancora, rimanere sospesa, isolarmi per un po’,  ma vi prego,  se riaccade, non vietatemi mai più di aprire quelle finestre.


ecco la scritta, e il tramonto.

domenica 19 febbraio 2012

Tras-fusione

Ho gli occhi spalancati sul sangue che scende nel tubo collegato alla sacchetta di trasfusione che mi hanno appena attaccato e provo un’emozione di disgusto misto a curiosità, sto cercando da diversi minuti di far finta che quel tubo rosso è un tubo fatto di liquirizia rossa (in america famosissima e amata, noi italiani preferiamo la classic black),  che gli assomiglia per consistenza e colore. Che cos'altro altro potrebbe essere?
Il sangue precipita goccia dopo goccia all’interno del filtro che si trova tra la sacca e il tubo che arriva direttamente dentro la mia vena, con un ritmo lento, inesorabile, come quello di un rubinetto chiuso male: se faccio molto silenzio sento quasi il rumore di ogni goccia.
Ho i valori dell’emoglobina bassi, niente di cui preoccuparsi, ma per il protocollo se si scende sotto il valore 8, ti fanno la trasfusione: il mio è 7.7. Ecco perché odio i protocolli, le standardizzazioni, basta uno 0.1 in più o in meno ed ecco che ti appiccicano ad una categoria piuttosto che un'altra, e la mia questa volta è “necessaria trasfusione”. La scorsa volta mi sono rifiutata di farla, il punteggio era di 7.9, e per una ragazza di 26 anni secondo me non era necessario ed allora ho firmato per il rifiuto del trattamento: il medico non si è opposto ma mi ha guardato con un’aria perplessa,  chiedendosi forse se io fossi una Testimone di Geova (i Testimoni di Geova non possono né cibarsi di sangue né riceverlo in trasfusione, l’unico sangue di cui può nutrirsi l’uomo, secondo loro, è quello di Cristo, ma sfido chiunque a trovarne una sacca). La scorsa volta è andato tutto bene, ma questa volta “lasciamo fare a loro”, ho pensato e così non ho opposto nessuna resistenza.
Nella mia idea psico-simbolica-spirituale del sangue, è ciò che siamo ed in esso ci sono tutte le  informazioni, il nostro passato, le nostre emozioni, il nostro karma, la nostra vita. Ci vogliono all’incirca 7 anni prima che si rinnovi del tutto.  Cosa c’è di più intimo, personale del sangue? Non a caso si fanno i patti di sangue, i riti con il sangue, i sacrifici di sangue nelle antiche religioni pagane.
Il sangue è l’essenza di un essere vivente, la linfa. Ecco perché sono così restia a riceverne, forse c’è una piccola Testimone di Geova in me. Fatto sta che  questo sangue sicuramente apparterrà a qualche persona sicuramente molto diversa da me ed adesso si sta mischiando con il mio.
Chissà di chi possa essere mi chiedo, e continuando a scrutare con sospetto il tubo lo nascondo sotto il cuscino facendo finta che quel braccio non è il mio.
Chiudo gli occhi, e cerco di accogliere e basta quello che sta accadendo, alla fine, mi dico, che differenza c’è tra questo e mangiare una bella bistecca al sangue?
Inizio improvvisamente a sentire un profumo nelle narici, si percepisce appena ma è intenso: mi sembra un profumo da donna, uno di quelli che rimangono diverse ore sulla pelle e cambiano finche non rimangono diventando così l’odore di quella persona.
E’ un profumo quindi che non è più semplicemente un profumo e basta, se lo osservo mi sembra possa descrivere anche la persona che lo indossa, e mi sembra possa appartenere ad una donna sulla cinquantina o più. Immagino la sua pelle sottile del collo e dei polsi, impregnata di quell’odore. E’ gradevole, ma uno di quei profumi che non indosserei mai. E’ una donna non troppo alta, con capelli forse grigi un po’ cotonati e sempre in ordine dal parrucchiere, quelle messe in piega standard che si fanno in tutti i saloni di bellezza. Indossa un ombretto color viola, le sue labbra sono sottili, gli occhi sono un marrone intenso e sono irraggiati da piccole rughe. Mi sembra quasi di vedere i lobi delle sue orecchie, e degli orecchini d’oro che li allungano con il loro peso. Si veste abbastanza elegante, il giusto per differenziarsi, ma non troppo perché non ama apparire, anche se però la sua eleganza passa difficilmente inosservata che lei lo voglia o meno. Iniziano ad apparirmi immagini e sensazioni di questa donna, come se adesso per un momento fossi io quella donna e potessi sentire quello che sente lei. Percepisco la sua forza, determinazione: è una donna che lavora molto, realizzata, con i piedi ben piantati a terra. Sento la sua solidità, fermezza, integrità. Scorgo infine il suo sorriso, e il suo buoncuore. La immagino quando è andata a donare il  sangue, magari un giorno durante la settimana in cui ha chiesto il permesso apposta senza dirlo a nessuno, tenendosi questo segreto per se rendendo ancora più prezioso il suo gesto d’amore.
Non posso che sentirmi sollevata, sento che questo sangue, oltre che a far risalire di quel 0.1 i miei valori,  è impregnato di qualcosa che mi può far solo che bene. Sento così fondermi con questa donna sconosciuta, immaginata o reale che sia, e acquisire così anche le sue caratteristiche goccia dopo goccia.  Mi sento diversa, adesso più grande della mia età, con una sicurezza nuova ma la cosa strana è che questa sicurezza non appartiene a me. La sento dentro di me, ma non è la mia. La cosa positiva è che mi sento per terra, con i piedi, e  la mente lucida come non mai prima.
Che sia l’effetto di quel 0.1 in più non lo so, fatto sta che sento che qualcosa è avvenuto.
Ringrazio quella donna per il suo dono, per avermi permesso di nutrirmi della sua linfa, e del suo amore, per aver deciso quel giorno di sentirsi un po’ più debole per qualche ora; per avermi dato una parte di lei, e in questo caso una parte che in questo momento mi fa sentire diversa e più forte.
La prima cosa che farò appena esco da questa storia sarà quella di andare a donare il sangue: chissà se mi capiterà di incontrare quella donna, magari la riconoscerò dal suo profumo.





goccia dopo goccia.

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