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giovedì 13 settembre 2012

La verità è che il tempo non esiste


E così mi ritrovo a vivere quegli spazi di tempo ai quali non avevo mai dato spazio e tempo e scopro tante cose.
Per esempio scopro quanti libri ho lasciato in sospeso, aperti, appena sfogliati e lasciati nella libreria a riempire gli scaffali.
Oppure quanta musica inascoltata e accumulata tra i file del computer.
Faccio suonare  un pezzo di musica classica per chitarra, e apro un libro che volevo finire da tanto tempo e respiro lentamente leggendo parola dopo parola.
Mi sento come se stessi lavorando a maglia e facendo una bandiera colorata con tutti i resti di quello che avevo lasciato in sospeso.
La voracità consumistica di questo sistema implicitamente e perennemente sembra dare il consiglio e l’ordine di non perdere tempo e di non soffermarsi troppo sulle cose e di prediligere la fretta per arraffare il poco e misero che questa vita può offrirci, consumarlo e gettarlo subito, prima che lo faccia qualcun'altro.
Terrificante.
E' come se non ce ne fosse abbastanza per tutti, come se qualcuno dovesse essere tagliato fuori dal "grande gioco".
Il problema è che la realizzazione personale, lo scopo della vita (sempre per chi crede che la vita abbia uno scopo o che abbia senso dargliene uno), si sia confusamente trasformato in qualcosa di uguale per tutti.
E' vero che sono "tempi difficili" e che ogni giorno il bombardamento-lavaggio-del-cervello continua incessantemente, ma non credo che sia questa la verità. Credo che la soluzione sta nel "darsi una calmata" ed accettare che tutto può cambiare e iniziare a comprendere che cosa è veramente importante. Solo in quel momento si può iniziare veramente a “fare”.
Si può correre quanto si vuole ma non trovarsi mai da nessuna parte.
Allora eccomi sommersa da libri, che sono un po' un rifugio ma anche dei meravigliosi  portali, a nutrirmi di lentezza e consapevolezze nuove che a questa velocità riesco meglio a decifrare.
E' un po' come scendere da una macchina in corsa e finalmente riuscire a distinguere le scritte su quei cartelli che sfrecciavano velocemente ai bordi della strada.
Mi rendo conto di quanto tempo abbia perso a correre.
Quanto tempo sia stata a pensare al tempo e a preoccuparmene.
Il tempo non esiste se non come qualcosa di economico, spendibile, calcolabile: è utile a fini pratici.
Ha senso in una dimensione lavorativa e di efficienza e di produttività, ma deleterio per la dimensione di crescita interiore.
La verità è che non esiste il tempo "interno".
Non succede nulla, siamo tutti sospesi nell'eternità del momento presente.
Ed è l'unico posto dove è possibile stare.
Fretta di andare dove?
Fretta di fare cosa?
Non c'è tempo per cosa?
Qual'è la vera paura? Di perdere tempo, di non aderire al ruolo o a quell'immagine che come una fotografia statica tartassa la mente e fa di tutto per dire "devi essere così, devi fare tutto quello che puoi per essere questo e basta".  Devi avere un figlio, ti devi sposare, devi lavorare, devi essere, devi fare. Devi essere qualcosa che non sei, e diventarlo altrimenti hai fallito.
Ma quanto è limitante questo pensiero?
Che cos’è che sei veramente?
Quante altre cose si può essere nell'eternità dell'adesso?
Espandersi.
Comprendere le direzioni in cui espandersi, ed ognuno ha la sua personalissima. Ed una volta trovata prendere quella strada. Ognuno ci mette il suo tempo.
Non si può prendere il posto di qualcun altro. Non si può più giudicare qualcuno perché non ha preso quel posto che noi crediamo debba prendere, è una crudeltà, è il principio delle guerre e di tutti i conflitti.
Ci vuole tempo "misurabile" per costruire qualcosa che vale veramente, è necessaria una stratificazione di esperienze, di consapevolezze di tentativi e fallimenti. Non esiste il tutto e subito, perché bisogna attendere che i movimenti più profondi dell'anima facciano i loro processi.
Non per questo smettere di incedere ed andare avanti, ma andare avanti e smettere precipitarsi con foga per afferrare  un futuro che sembra  vogliono farci credere che ci possa sfuggire dalle mani.
E' una follia.
Se il tempo non esiste il futuro è già qui e gioca con il passato ed il presente:  bisogna aprire gli occhi,  iniziare a guardarlo e farci amicizia.



granelli di tempo dentro una clessidra.


martedì 15 maggio 2012

Ogni mattina ricomincia da capo

Ci sono mattine che mi sveglio con in mente una parola, una frase, una canzone, un immagine. Ultimamente queste mattine sono tutte le mattine ed ecco che la giornata poi è influenzata da quel pensiero, da quella frase che poi si sedimenta e mette radici accompagnandomi fino a sera.
Allora ho capito l'importanza fondamentale di questa frase, di questa parola o di questa canzone e di quanto sia importante che influenzi positivamente e non negativamente lo svolgersi della giornata.
Stamattina mi sono svegliata con in mente la frase "ogni mattina ricominca da capo", come se qualcuno me l'avesse sussurrata prima che mi svegliassi.
Credo sia una frase che molti si ripetano ultimamente, visto che non è un periodo facile per nessuno: ognuno oggi, in questo momento storico più che mai, ha la sua sfida personalizzata da affrontare.
Ho compreso  profondamente il potere incredibile di queste "parole mattutine".
Mi sento come se ogni giorno avessi la possibilità di riconnettermi con me stessa come se fosse la prima volta e ricominciare. Non bisogna cambiare continente per farlo, è un click che può accadere un giorno qualsiasi, magari mentre stiamo facendo colazione al bar sotto casa.
Ogni giorno possiamo ricominciare da capo, è questa l'incredibile fantasticheria della vita.
Ogni giorno il sole sorge e tramonta, e ogni giorno possiamo sorgere e tramontare anche noi.
Ci sono vermente cose alle quali non vi è soluzione?
E se ci sono, allora possiamo cambiare il modo in cui le osserviamo e scegliere di concentrarci  ogni mattina proprio su quei pensieri, su quelle frasi che ci permettano di predisporci in uno stato che facilita e non ostacola lo scorrere della giornata...
Riporto un brano che oggi mi è capitato tra le mani, che fa parte di una dispensa di un corso che sto frequentado nel quale si lavora proprio sulla consapevolezza del momento presente (mindfulness) , e  il brano si intola "Se dovessi rivivere la mia vita".

Vorrei fare più errori la prossima volta. Vorrei rilassarmi, vorrei scaldarmi. Vorrei essere un po' più folle di quanto sia stata questa volta. Vorrei prendere le cose meno sul serio. Vorrei avere maggiori opportunità. Vorrei scalare più montagne e attraversare più fiumi. Vorrei mangiare più gelati e meno fagioli.


Vorrei, forse, avere più problemi e preoccupazioni reali, ma averne meno di immaginari. Vedete, sono una di quelle persone che vive sensatamente e giudiziosamente ora dopo ora, giorno dopo giorno.


Oh certo, ho avuto i miei momenti,  e se dovessi vivere di nuovo ne avrei ancora di più.
Infatti vorrei provare a non avere altro- solo momenti, uno dopo l'altro- invece di vivere così tanti anni sempre in anticipo su ogni singolo giorno.


Sono stata una di quelle persone che non è mai andata da nessuna parte senza termometro, senza una bottiglia d'acqua calda, senza un impermiabile, senza un paracadute. Se dovessi vivere di nuovo, viaggerei più leggera.


Se dovessi rivivere la mia vita prima, in primavera, camminerei... camminerei scalza, dopo, in autunno, mi fermerei.
Danzerei di più, andrei di più sulle giostre. Forse coglierei più margherite....

Nadine Stair, 85 anni
Louisville, Kentucky



E tu?





Forse coglierei più margherite....


venerdì 13 aprile 2012

Esseri umani in cattività

Quando si vive in una grande città ci si dimentica che la vita scorre in modo molto diverso da quello che si crede. Ci sono luoghi in cui è possibile ritrovare questa dimensione e credo che sia di fondamentale importanza recarvici il più spesso possibile per mantenere viva quella sensazione e non lasciare che sfumandosi diventi un ricordo sempre più lontano e venga poi fagocitato dalla quotidianità con tutto il resto.
Sono approdata in uno di quei luoghi, uno di quelli a me più cari e finalmente inizio a sentire che le lunghe mareggiate che hanno recentemente invaso il mio corpo e la mia anima  cominciano a placarsi, molto lentamente.
Non è il luogo che fa la differenza: ho sempre creduto che se si riesce ad avere una tale centratura con se stessi ed equilibrio è possibile vivere ovunque. Fatto sta che però esistono alcuni luoghi in cui tutto questo è facilitato, dove l’unica strada da percorrere è quella che ti conduce all’essenzialità dell’essere. In questi luoghi non ci sono strade affollate, traffico inverosimile, asfalto sopra e sotto, semafori che lampeggiano, aria irrespirabile, spostamenti aggravati dall’impossibilità di trovare un parcheggio, file nei negozi per comprare, consumare, per non parlare poi dei rapporti con gli altri esseri umani. Nelle città sembrano tutti presi da progetti che riguardano solamente la propria individualità e interesse personale: ognuno chiuso in quella piccola scatola fatta di quattro mura di specchio che riflette soltanto l’immagine di se stessi con la quale diventa sempre più difficile confrontarsi, ma che ogni giorno sembra essere l’unico riferimento e appiglio per andare avanti.
Non si può perdere tempo: chi “perde tempo” inizia ad appartenere ad una parte di società che non produce, che non alimenta il macchinoso ed incessante procedere di questo freddo meccanismo.
Un meccanismo che sempre più inizia a cedere sotto il peso dell’incubo della cosidetta “crisi” economica che sebbene abbia creato enormi disagi e costringa molte famiglie a fare sforzi sovraumani, ha la sua “altra-faccia-della-medaglia” che ha costretto moltissimi inevitabilmente a fare i conti non più con cosa possedevano ma con cosa gli è rimasto e scoprirne il vero valore.
“Chi si ferma è perduto, risucchiato, annientato: non vale nulla”, sembra urlare forte e chiaro la voce di una società che sta arrivando al suo capolinea o peggio ancora a schiantarsi contro il muro dell’inevitabile confronto con se stessa troppo a lungo evitato che potrebbe portare al suo inevitabile suicidio.
Se per un attimo, prima di schiantarci e di arrivare laddove la riemersione sarebbe molto più dolorosa e faticosa invece immaginassimo una semplice cosa: il luogo in cui viviamo ci appartiene.
Cosa accadrebbe?
Se aprissimo gli occhi e ci rendessimo conto di far parte di un intero popolo che vive su questo pianeta, e che ha a disposizione (fino a prova contraria) una sola occasione di esistere e vivere su questa terra, io credo che qualcosa cambierebbe.
Di colpo apriremmo gli occhi e ci renderemmo conto la fatica di averli tenuti chiusi per chissà quanto tempo rincorrendo ciecamente uno scopo, un fine, non dettato dalla voce più profonda che ci abita intimamente, ma da chissà quale altra voce che un giorno ci disse “E’ così che va il mondo, devi fare questo e questo altrimenti non ne fai parte”, mentre in realtà  già respirare ed esistere vuol dire fare parte del mondo.
Io credo profondamente che soltanto iniziando ad ascoltare quel respiro che ci abita e rendendoci conto che in realtà è tutto quello che conta si possono compiere imprese veramente grandiose.
Per grandiose intendo tutte quelle imprese che celebrano e riconoscono questo passaggio sulla terra in armonia con il proprio universo intimo: trovare il modo di accordare l’interiore e l’esteriore.
Non c’è separazione, non c’è scissione, non può più esserci incomunicabilità:  quella scatola di specchi va rotta, e per farlo è necessario andare fuori da se stessi per poi specchiarsi nell’altro invece che nella gelida superficie specchiata del narcisismo e dell'ego-centrismo,   prenderlo per mano e lasciarsi prendere per mano (robetta da nulla..).
E’ un duro lavoro, ma che secondo me non si esplica in un risultato, ma nel tentativo stesso di raggiungerlo. L’equilibrio non è statico, è movimento.
Gli abitanti delle città sono come animali cresciuti in cattività, nati in un ambiente ricostruito e che lontanamente ricorda il loro luogo d’origine. A volte capita loro di osservare il cielo “ a quadrati”, tra un palazzo ed un altro (o peggio un grattacielo ed un altro) e sentire un vago sentimento nostalgico che con voce calda e amorevole sussurra all’animo dell’ignaro “ il cielo è molto più vasto di quello che vedi”.
Quando sento questa voce, oramai ho imparato a riconoscerla, immediatamente mi rendo conto che devo tornare li dove posso fermarmi, piantare i piedi nella terra in mezzo ad un campo e tendere le braccia al cielo contemplando la sua vastità. E’ per me una chiamata sempre più esigente, più presente che non posso ignorare. Ho imparato così a ritagliarmi momenti in cui poter fermarmi e apprezzare, ricordare che esisto a prescindere da ciò che faccio, che la natura è qualcosa di più grande di un triste albero piantato in un quadratino di terra in mezzo all’asfalto su lungo Tevere, e che si può respirare l’aria a polmoni aperti senza rischiare di essere intossicati.
L’adattamento umano è qualcosa di veramente stupefacente ed è ciò che ci permette di poterci “abituare” a quasi ogni tipo di situazione.
L’intelligenza è la più alta forma di adattamento diceva qualcuno e senza dubbio gli esseri umani possiedono questa incredibile facoltà.
Purtroppo non sempre è benefica, ci si può adattare, abituare anche a qualcosa che è estremamente dannosa e distruttiva. L’essere umano ha una capacità di sopportazione infinita: se convinciamo la nostra mente di qualcosa che volgiamo essa ci porterà là dove avevamo deciso, ci proverà in tutti i modi. L’ostinazione, la sete di successo, di conquista, di potere non viene placata fino al momento in cui si raggiunge l’oggetto del desiderio che una volta raggiunto viene divorato ma che troppo in fretta dimenticato e scartato, passando al successivo.  Nell’affannosa ricerca non ci si ferma mai a raccogliere pezzi di sé disseminati ed abbandonati  per strada, perché crediamo che appesantiscano la nostra corsa: in essi credo sia celato il segreto che ci può condurre ad un esistenza ricca di reali conquiste. Pensiamo che la corsa sia fuori di noi, verso qualcosa, per raggiungere una meta concreta tangibile, sfruttabile. Mentre troppo poco spesso ci si rende conto che l’unica strada che è necessaria e vitale percorrere è quella dentro noi stessi.
In realtà credo che arriva quel momento per ognuno, in molti casi è soltanto un momento: un balume, un’intuizione e  si aprono velocemente gli occhi. Ci vuole del tempo per abiuarsi alla luce e se questo avviene troppo tardi si rischia di danneggiare la retina, oppure di non riuscire a vedere tutti i colori e preferire per questo richiudere gli occhi e tornare ad un’esistenza “protetta”.
Per questo alleniamoci ad aprirli il prima possibile per riucire ad acquistare quell’allenamento che può farceli aprire con frequenza sempre maggiore.
Oggi apro gli occhi e mi sveglio: fuori dalla finestra vedo colline verdi, campi coltivati. Il cielo è coperto e sembra lì lì per piovere. Il silenzio è interrotto dai voli disordinati delle rondini che cinguettano e si rincorrono sfruttando le correnti d’aria calda primaverili ricordandomi che per quanto il tempo potrà peggiorare siamo in una stagione mite.
Sogno un giorno di potermi sentire con i piedi sulla terra e le braccia tese al cielo anche laddove il cielo non lo vedo e la terra non la sento: raggiungere quella consapevolezza inespugnabile di esistere ovunque e comunque vada.
Dentro di me una profondissima e ritrovata pace finalmente inizia a farsi spazio.
Respiro.

Citta della Luce, Ripe, Marche.

sabato 31 marzo 2012

Statement

Ritengo sacrosanto il diritto di ogni essere su questa terra di potersi esprimere come meglio crede, seguendo quella pulsione che ci porta tutti quanti in qualche modo a tirar fuori la bellezza   (intesa con il suo significato classico del termine) celata e a volte sepolta dentro l'anima di ognuno.
Quante volte soffochi quella voce? E' la voce che parla senza quasi farsi sentire, ma è la più importante.
Ogni volta che rinunci ad esprimerti, a ricalcare quella voce, a tirar fuori quello che veramente senti è come se piano piano ti costruissi una maschera sempre più densa e pesante, sotto la quale è difficile respirare.
Privarsi di ciò che si prova realmente è un attentato a se stessi.
Evitare di esprimersi per la paura, vuol dire non accettarsi e negarsi.
La verità non è la stessa per tutti, ma ognuno ha qualcosa da dire.
Esprimersi, vuol dire esistere.
Esercizio per oggi: decidi di esprimere qualcosa che senti e che hai tenuto a lungo dentro di te. Un buon metodo è quello di scrivere, dipingere, oppure fare una foto che sia significativa.
Non dimenticare di ascoltarti, inizia da adesso.

tavolozza di colori




lunedì 13 febbraio 2012

Le corde



"La musica può nascere solo quando le corde si trovano in uno stato in cui possiamo dire che sono nè troppo tese nè troppo allentate. Esiste uno stato in cui le corde non sono ne troppo tese, nè troppo allentate. Esiste un punto mediano, il giusto mezzo: la musica affiora solo quando le corde si trovano in quello stato intermedio. Un musicista esperto allenta e tira le corde fino a portarle  in quel punto, prima di cominciare a suonare".
(tratto da un discorso del Buddha sulla via di mezzo)


Esite quel punto mediano, in cui la musica della vita può scorrere naturalmente senza forzature o sprechi di energia. Un metodo per osservalo  è quello della meditazione.

Esercizio per oggi:
1) Assumi  una posizione molto comoda, non devi sentire nessun tipo di tensione nel corpo e nei muscoli
2) Chiudi dolcemente gli occhi, lasciali cadere senza sforzo alcuno, come se non potessi controllare le palpebre
3) Porta l'attenzione al tuo corpo e lascialo rilassare profondamente
4) Crea silenzio dentro di te
5) Inizia ad ascoltare il respiro che entra ed esce dal tuo corpo
Semplicemente stai con ciò che sta accadendo, qui ed ora. Osserva se ci sono punti nel tuo corpo e nella tua mente di eccessiva tensione, se ci sono invece parti che non riesci neanche a percepire perchè sono troppo assopite. 
Prova a portare equilibrio in queste parti.
Durata dell'esercizio: 10 minuti.


antica arpa celtica.





venerdì 10 febbraio 2012

#10
Ci hanno insegnato a credere che negativo sia sinonimo di realistico
e positivo di illusorio.
-Susan Jeffers-


Quanto può essere potente e devastante questa credenza? Io allora dico che non c'è nulla di più realistico di ciò che è positivo e la negatività è un illusione nella quale facilmente si può cadere.
ho deciso di essere felice perchè fa bene alla mia salute.


giovedì 9 febbraio 2012

La mente

Tratto dal Dhammapada, il libro più amato dal canone Buddista.


III La mente

33 Come il fabbro raddrizza una freccia,

così il saggio governa i suoi pensieri,

per loro natura instabili, irrequieti

e difficili da controllare.

34 I pensieri fremono e si dibattono

per sfuggire alla morte

come pesci tolti alla loro dimora liquida

e gettati sulla terraferma.

35 La padronanza della propria mente,

ribelle, capricciosa e vagabonda,

è la via verso la felicità.

36 Il saggio osserva continuamente

i propri pensieri,

che sono sottili, elusivi ed erranti.

Questa è la via verso la felicità.

37 pensieri, incorporei ed erranti,

vagano lontano.

Raccoglili nella caverna del cuore

e liberati dalla schiavitù

del desiderio e della morte.

38 Come può una mente agitata

comprendere la legge eterna?

Se la serenità della mente è turbata,

la saggezza non può manifestarsi.

39 Il risvegliato,

colui la cui mente è serena

e ha trasceso il dilemma del bene e del male,

è libero da ogni timore.

40 Questo tuo corpo è fragile

come un vaso di coccio.

Fai della tua mente una fortezza

e combatti le tentazioni

con l'arma della saggezza.

41 Ben presto questo corpo

giacerà sulla terra,

privo di coscienza,

inutile come un ceppo bruciato.

42 Nessuno, neppure il tuo peggior nemico

può nuocerti quanto una mente indisciplinata.


43 Ma una mente disciplinata

è un'alleata preziosa.

Nessuno, né tua madre, né tuo padre,

né i tuoi amici,

può esserti di altrettanto aiuto.






Il self-control secondo il Darmapada, rende impenetrabili dai demoni dell'attaccamento, dipendenza, dal dannoso utilizzo della mente. Creare intorno a sè una protezione diventa fondamentale. Una mente disciplinata è un allenata preziosa.

lunedì 23 gennaio 2012

La prova sociale

Spesso la gente crede una cosa solo perchè ci credono anche gli altri.
In psicologia questo si chiama "prova sociale". Ma la prova sociale non è sempre esatta.
Quando la gente è incerta su che cosa fare guarda gli altri per avere un orientamento.
Famoso l'esperimento chiamato influence riportato nel libro di Cialdini: qualcuno si mette a gridare: "Aiuto, allo stupro!". Due persone (che fanno parte della stessa messa in scena psicologica) continuano tranquillamente a passeggiare, ignorando le grida d'aiuto. Il soggetto dell'esperimento è incerto se rispondere all'appello ma, quando vede le altre due persone che si comportano come se niente fosse, pensa che quelle grida d'aiuto siano insignificanti e decide di ignorarle anche lui.

Usare la prova sociale è un modo sicuro per limitare la vostra vita: per comportarvi esattamente come tuti gli altri.
Considerate le cose nel contesto della vostra vita, guardate se hanno un senso per voi.
Osate ascoltarvi nel più profondo. Da qualche parte c'è una voce che vi dice esattamente che cosa fare.
Il successo si ottiene quando si ha la temerarietà di rompere gli schemi e seguiere quello che si crede. Nessuno può dirci cosa fare, niente può darci la conferma che stiamo agendo nel giusto.
A volte chiediamo consigli ad amici e parenti. Per quanto in buona fede essi possano consigliarci, ciò che ci dicono è sempre il prodotto della loro visione e delle loro proiezioni sul mondo.
Ascoltiamoci, abbiamo dentro di noi tutte le risposte.
E se proprio vogliamo, cerchiamo ispirazione dai "grandi".

Siamo quello che pensiamo. Tutto ciò che siamo nasce con i nostri pensieri.. Noi creiamo il nostro mondo - BUDDHA


  

martedì 10 gennaio 2012

"Frammenti di consapevolezze"

Vorrei introdurre una sezione del blog dedicata alle mie "digressioni" filosofiche che mi piacerebbe condividere con voi oltre alle varie peripezie di ogni giorno..
Da sempre sono stata affascinata dall'osservazione della realtà, dal tentativo di comprenderla, ma soprattutto di trascenderla forse perché ho sempre creduto che la libertà in qualche modo voglia dire questo. Nel frattempo mi sono resa conto che non è possibile comprenderla, quindi di conseguenza ho iniziato a diventare un osservatrice attenta di quello che mi stava accadendo intorno ed ho iniziato un osservare con meraviglia senza più la schiavitù di voler comprendere.
Ho visto che semplicemente osservando, si può imparare molto.
Ho letto e studiato libri di ogni genere su questi argomenti, frequentato corsi anche i più assurdi, e la mia fame di conoscenza ancora non si è esaurita  e quando un giorno si esaurirà brucerò tutti i libri perché non ne avrò più bisogno e forse finalmente allora sarò libera..:)
Nel frattempo continuo a leggere e a documentarmi, ad ascoltare, a carpire frammenti di verità nascosti in ogni dove e metterli sotto la lente della mia curiosità.
Beh approfitto di questo spazio che sta prendendo vita per poter offrire  a chi legge  del materiale su cui mettere la propria lente d’ingrandimento augurandomi che quello che veda possa essere d’aiuto.

Mi piacerebbe condividere allora  un argomento che per me è fondamentale: la differenza tra dolore e sofferenza.
La comprensione di questa differenza fondamentale è una delle cose che più mi ha aiutato e mi sta aiutando ad affrontare questo particolare periodo della mia vita, che poi in realtà neanche mi piace definirlo così perché è vita e non c'è nulla di particolare. 
Senza andare a scomodare grandi personaggi famosi e imbalsamati, vorrei far riferimento ad un video che oggi ho trovato del vivo, vegeto e realizzato, dott. Mario Alonso Puig che ha partecipato ad una conferenza interessantissima organizzata da un associazione che promuove e diffonde i “saperi” della terra tramite le esperienze di persone che sono arrivate al successo nella loro vita, inteso per successo la loro realizzazione nella vita arrivando al risultato senza però perdersi la bellezza del percorso. (vedi il  link per info sull’associazione, interessantissima!)

Siccome il video è in inglese e purtroppo in questo mondo qualcuno ha deciso, che visto che ci capiamo già così poco era meglio capirsi ancora di meno inventando così le “lingue”, e siccome non tutti hanno la fortuna di poter comprendere bene l’inglese, vi traduco una piccola parte del video ma che sia  di spunto per la riflessione..

Dobbiamo fare attenzione a fare differenza tra la parola dolore  e la parola sofferenza.
Il dolore (pain), è parte della natura dell’essere umano, della natura  anche biologica: riguarda la sua fragilità e la sua vulnerabilità. Proviamo dolore non solo fisico, ma soprattutto psichico quando per esempio perdiamo una persona cara (ma anche che perdiamo qualcosa a noi caro), è un dato di fatto, così come proviamo dolore se ci ammaliamo: anche questo fa parte della natura dell’essere umano e dell’esperienza umana. La sofferenza è una cosa molto diversa. La sofferenza è cosa racconto a me stesso del mio dolore. Se io per esempio scelgo di dire a me stesso: “non mi riprenderò mai più da questa perdita…” ecco nascere così la sofferenza.

La differenza tra dolore e sofferenza è che il dolore può fa parte dell’esperienza umana e, a parer mio la completa anche, ma la sofferenza è arrecata dall’essere umano a se stesso.
Il dolore passa, la sofferenza rimane nella mente, rimane nei pensieri e può essere molto pericolosa e immobilizzante.
Possiamo veramente scegliere di vivere liberi dalle storie che ci raccontiamo a noi stessi perché non siamo in grado di affrontare il dolore. Cosa accade:  siccome non siamo in grado di affrontarlo, ecco che ce ne infliggiamo altro e altro e nella nostra mente e a secondo della "gravità del dolore", compaiono frasi tipo,  “Perché proprio a me!! Ma cosa ho fatto di male.. non ne uscirò mai, questa cosa mi rovinerà la vita..”. Sono esagerazioni, ma pensiamo che ognuno nel nostro piccolo lo fa e non si rende conto di quanta sofferenza in più si arreca. Pensate anche soltanto a quanto possa farci stare male il ripeterci "oggi è stata una giornata pessima!"

Nei momenti più faticosi, l’importante è non lasciare che siano i pensieri a prendere il sopravvento ma una saggezza più profonda, quella della voce dell’amore per noi stessi.  A volte è troppo profonda e non viene a galla, e per far si che avvenga può essere utile tranquillizzare la mente, e questo io lo faccio con la meditazione (non posso scrivere tutto oggi! la meditazione arriverà..pratico l’approccio mindfulness ma ne parlerò a parte).

Insomma tutto sta nel trasformare il racconto che facciamo a noi stessi del dolore che abbiamo provato con una comprensione più profonda e amorevole. Io sto facendo così e funziona.
Esempio: “Ho perso questa persona, la lascio andare, fa parte della vita”, oppure “quello che mi è successo può essermi d’aiuto per comprendere..” oppure ancora "oggi me ne sono successe, ma non per questo mi rovino anche la serata.."
Non è un negare l’evidenza di quello che è successo, ma saper accogliere ogni episodio della propria vita semplicemente per quello che è.

Si potrebbe scrivere molto altro, ma rischio di essere ulteriormente prolissa, noiosa o saccente, e poi non si tratterebbe più di “frammenti di consapevolezze”..





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